
| martedì 7 febbraio 2012 h. 8:14 | direttore responsabile: Roberto Iadicicco |

(AGI) - Roma, 3 set. - I risultati di un'importante lavoro
condotto in prima linea da ricercatori dell'Istituto nazionale
Tumori Regina Elena di Roma sono stati pubblicati sulla rivista
internazionale Cancer Cell. Il lavoro individua la proteina
Che-1 come possibile bersaglio per bloccare la crescita di
cellule tumorali resistenti ai trattamenti chemioterapici. La
proteina Che-1 identificata e clonata alcuni anni fa dagli
stessi ricercatori del Regina Elena, svolge un ruolo
fondamentale in caso di danno al DNA, promuovendo la
trascrizione dell'ormai noto gene p53 la cui attivazione induce
alla riparazione del DNA danneggiato o alla morte cellulare
programmata (apoptosi) nel caso il danno sia irreparabile. In
molti tumori tuttavia p53 e' presente in una forma mutata,
detta mtp53, che non solo non e' piu' in grado di arrestare la
crescita delle cellule malate ma svolge anche un importante
ruolo nel favorire la proliferazione tumorale. "Forti delle
scoperte precedenti su Che-1", spiega Maurizio Fanciulli,
responsabile del gruppo di ricerca, "abbiamo voluto verificare
se questa proteina fosse in grado di regolare anche la
trascrizione di p53 mutata, e abbiamo avuto risposte
affermative. In pratica come Che-1 attiva p53 nelle cellule
normali, allo stesso modo attiva p53 mutata nelle cellule
cancerose. A questo punto abbiamo testato gli effetti del
silenziamento di Che-1 su vari tipi di cellule, utilizzando la
metodica dell'RNA interference. Questa tecnica sfrutta il fatto
che piccole molecole di RNA (small interfering RNA - siRNA),
complementari al tratto di RNA messaggero responsabile
dell'espressione di una data proteina, sono in grado di
interrompere il processo di traduzione, cosi' che la proteina
non puo' piu' essere prodotta. Quello che abbiamo osservato e'
che senza Che-1 le cellule tumorali che esprimono p53 mutata
muoiono". In pratica, prosegue Fanciulli, "in assenza di Che-1,
anche p53 mutata non viene piu' espressa, per cui si attivano
nella cellula dei percorsi alternativi di riparazione del
danno, che portano finalmente alla morte cellulare, arrestando
la progressione del tumore e causandone addirittura la
riduzione. Il lavoro conferma che i meccanismi che normalmente
dovrebbero contrastare la crescita neoplastica sono spesso
usati dai tumori a proprio vantaggio. Inoltre, poiche' i
chemioterapici standard basano la loro efficacia proprio sul
corretto funzionamento del meccanismo di morte programmata
innescato da p53, i nostri studi spiegano perche' questi
farmaci risultino cosi' poco efficaci in tutti quei casi in cui
nei tumori e' presente p53 mutata". Il lavoro pubblicato su
Cancer Cell e' stato condotto da ricercatori dell'Area di
Medicina molecolare del Regina Elena, con la collaborazione di
ricercatori dell'Istituto, del dottor Claudio Passananti del
CNR e di gruppi di ricerca dell'Universita' dell'Aquila e dell'
Istituto Superiore di Sanita'. Lo studio dimostra che
l'inibizione della sintesi della proteina Che-1 potrebbe
costituire un promettente approccio per la definizione di
protocolli terapeutici in grado di colpire tumori aggressivi e
resistenti alle terapie. Gli studi precedenti avevano messo in
evidenza che Che-1 e' coinvolta sia nella regolazione della
crescita cellulare sia nella risposta cellulare allo stress in
presenza di danni al DNA. In questo secondo caso infatti Che-1
migra dal suo normale sito di azione e si sposta in prossimita'
del gene p53, attivandone la trascrizione. L'attivazione di p53
consente alla cellula danneggiata di avviare i processi di
riparazione, o se il danno si rivela troppo ingente, indurre la
morte programmata al fine di non consentire la propagazione di
DNA alterato o mutato. In molte cellule tumorali si trova una
forma mutata di p53, che al contrario della forma nativa non e'
in grado di arrestare il processo proliferativo delle cellule
cancerose che sono cosi' libere di crescere senza controllo.
Sulla base di queste conoscenze, i ricercatori hanno ipotizzato
che la proteina Che-1 fosse in grado di promuovere anche la
trascrizione di p53 mutata nelle cellule cancerose, tramite gli
stessi meccanismi con cui attiva p53 normale. In effetti questa
ipotesi ha trovato pieno riscontro sia negli studi in vitro che
in quelli condotti in vivo sui topi. In particolare si e' visto
cosa avviene all'interno delle cellule cancerose e non, nel
momento in cui viene inibita l'espressione di Che-1. Per fare
questo e' stata utilizzata la metodica dell' RNA interference,
e il risultato e' stato che in assenza di Che-1 le cellule
tumorali che esprimono p53 mutata muoiono, mentre non si sono
osservati effetti apprezzabili su cellule sane o su cellule
tumorali che esprimono p53 normale. "Parte di questi
esperimenti sono stati condotti in vitro", spiegano i
ricercatori dell'Istituto Regina Elena, "mentre altri sono
stati condotti in vivo su un modello animale creato ad hoc. In
particolare, sono state create cellule tumorali in cui piccole
molecole di RNA (siRNA) si attivano, silenziando Che-1, solo se
stimolate da un comune antibatterico denominato tetraciclina.
Queste stesse cellule tumorali sono state inoculate nei topi
generando dei tumori. Ai topi malati e' stata poi fatta bere
della tetraciclina diluita in acqua che ha bloccato l'azione di
Che-1. Questa azione, da sola, ha portato alla regressione dei
tumori e il risultato finale e' stato che i topi sono guariti.
Altro dato interessante che emerge dallo studio riguarda le
cellule cancerose che esprimono p53 normale: il silenziamento
di Che-1 le rende piu' sensibili all'effetto dei
chemioterapici". Ancora Fanciulli: "La maggior parte delle
proteine coinvolte nei meccanismi di riparazione del danno del
DNA sono cosi' importanti per il corretto ciclo di vita e morte
delle cellule che una loro mutazione e' spesso alla base di
gravi malattie genetiche o dell'insorgenza dei tumori. La
comprensione dei meccanismi che regolano la trasformazione
tumorale e' un elemento cruciale per l'identificazione di nuove
strategie terapeutiche".
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