
| sabato 4 febbraio 2012 h. 3:53 | direttore responsabile: Roberto Iadicicco |

(AGI) - Roma, 14 giu. - Nuova promettente terapia contro la
sclerosi sistemica. Una ricerca appena pubblicata su Arthritis
Research Therapy e realizzata tutta da ricercatori della
Facolta' di Medicina e chirurgia dell'Universita' Cattolica di
Roma individua una nuova strategia per combattere la sclerosi
sistemica progressiva, una grave malattia autoimmune con una
incidenza di uno ogni mille abitanti. La strada per sconfiggere
la sclerosi sistemica, detta anche sclerodermia a causa
dell'indurimento della pelle dei pazienti, passa per le cellule
B del sistema immunitario, finora considerate "spettatrici
innocenti", come dice il reumatologo dell'Universita' Cattolica
di Roma Gianfranco Ferraccioli, fra gli autori dell'importante
ricerca appena pubblicata su "Arthritis Research; Therapy". Una
ricerca cui hanno fattivamente collaborato Silvia Bosello,
Maria De Santis, Gina Lama, Cristina Spano', Cristiana
Angelucci, Barbara Tolusso e Gigliola Sica, direttore
dell'Istituto di Istologia ed embriologia dell'Universita'
Cattolica di Roma. "Cio' che rende il nostro lavoro originale",
spiega Ferraccioli, direttore dell'UO di Reumatologia della
Cattolica di Roma presso il Complesso Integrato Columbus, "e'
che fa chiarezza sulle caratteristiche di una malattia molto
complessa, come tutte le malattie autoimmuni, e i cui pazienti
spesso non hanno altra prospettiva che quella di doversi
sottoporre a prolungati cicli di terapie immunosoppressive
citotossiche se non addirittura a un intervento terapeutico di
trapianto di midollo". Questa patologia, inoltre, coinvolge
spesso piu' organi ed e' gravata da un'alta possibilita' di
insuccesso terapeutico con le terapie convenzionali ". La
sclerodermia si caratterizza per una fibrosi - ispessimento dei
tessuti - dovuta all'accumulo di alcune proteine di matrice che
non vengono riassorbite e che, rendendo i tessuti sempre meno
elastici e piu' duri, alterano progressivamente la funzione
degli organi. Se ad esempio viene colpito il polmone, gli
scambi di ossigeno sono resi sempre piu' difficili a livello
degli alveoli; se la malattia colpisce il cuore, questo si
indurisce e pompa in maniera inefficiente il sangue; se
colpisce l'intestino, questo si svuota con difficolta'. Un
effetto molto comune e' quello di ispessimento e indurimento
della pelle, che assume l'aspetto caratteristico del cuoio. "Vi
sono due forme di malattia", chiarisce Ferraccioli. "La prima,
e piu' frequente, riguarda l'80% dei pazienti: e' una forma
detta limitata, con una progressione piu' lenta e meno
aggressiva. La seconda variante, definita diffusa, che colpisce
l'ultimo quinto dei pazienti, e' piu' aggressiva e interessa
pazienti piu' giovani, che normalmente vengono trattati con
alte dosi di cortisone e con farmaci antitumorali. Questi
farmaci hanno pero' importanti effetti collaterali, come
l'infertilita' o diverse complicanze vescicali e polmonari. E
sfortunatamente, come dimostrano gli ultimi trial clinici,
hanno anche un'efficacia limitata". Nello studio pubblicato,
che riguarda solo nove pazienti - anche se altri stanno
seguendo la stessa cura - il gruppo di Ferraccioli ha
individuato l'obiettivo terapeutico che potrebbe cambiare le
sorti di molti di questi pazienti colpiti dalla forma piu'
grave della malattia. Tre sono i protagonisti che intervengono
nella genesi di questa malattia: i fibroblasti, le cellule che
producono il tessuto di sostegno di ogni apparato, che sono i
responsabili della produzione delle proteine che induriscono
gli organi e la pelle. Poi ci sono le cellule endoteliali,
quelle che rivestono l'interno dei vasi e che provocano
fenomeni di occlusione molto pericolosi. E infine le cellule
del sistema immunitario, che sono proprio quelle che rispondono
in maniera eccessiva e che causano la malattia autoimmune. "Noi
con l'importante contributo dell'Istituto di Istologia",
ricorda ancora il reumatologia della Cattolica, "abbiamo agito
proprio sulle cellule B che, in caso di patologia, producono
gli anticorpi contro costituenti dell'organismo e le abbiamo
eliminate con un farmaco biologico, che, associato a una dose
di immunosoppressore molto bassa, ha prodotto risultati
migliori rispetto ai trattamenti tradizionali che normalmente
causano tanti effetti collaterali". Il gruppo di ricercatori
della Cattolica, nonostante il numero limitato di pazienti
studiati, e' riuscito a individuare una cosiddetta finestra di
opportunita' terapeutica: se i farmaci vengono utilizzati entro
2-3 anni dall'esordio della malattia il risultato e'
decisamente importante. "Come suggerisce l'editoriale della
rivista che accompagnava e lodava il nostro articolo", conclude
Ferraccioli, "stiamo lavorando su piu' pazienti per confermare
i nostri primi promettenti risultati. Ma c'e' una cosa che ci
sembra importante. Mentre si riteneva che a determinare il
successo della strategia terapeutica fosse la presenza della
cellula bersaglio a livello degli organi, noi abbiamo
dimostrato che l'effetto della terapia e' sistemico: in altre
parole, possiamo migliorare il decorso della malattia,
modulando il sistema immunitario in tutto l'organismo senza
dover agire a livello di singolo organo".
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